Imagery Rescripting per il Disturbo d’Ansia Generalizzato

Nel panorama clinico del trattamento del Disturbo d’Ansia Generalizzato, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) tradizionale orientata all’abituazione e all’esposizione immaginativa rappresenta il gold standard. Tuttavia, i dati di letteratura ci ricordano che, secondo una meta-analisi sui disturbi d’ansia, la CBT porta a remissione completa solo nel 48% dei casi (Springer et al., 2018), per quasi un paziente su due, quindi, i sintomi migliorano ma non si risolvono del tutto.

Questo limite clinico nasce spesso da un’osservazione fondamentale: l’esposizione classica mira a ridurre l’evitamento cognitivo attraverso l’abituazione (Craske et al., 2014), ma potrebbe non modificare a fondo le rappresentazioni cognitivo-affettive disfunzionali e gli schemi maladattivi precoci sottostanti (Arntz & Weertman, 1999).

A colmare questo gap interviene un recente ed importantissimo studio pilota condotto da Stavropoulos e colleghi (2026), pubblicato sul British Journal of Clinical Psychology, che testa per la prima volta in un campione clinico la fattibilità, l’accettabilità e l’efficacia preliminare di un protocollo di Imagery Rescripting (IR) applicato specificamente al Disturbo d’Ansia Generalizzato. È bene premettere che si tratta di una case series su 18 partecipanti, con disegno a baseline e trattamento confrontati ma senza un gruppo di controllo attivo: i risultati sono quindi preliminari e promettenti, non ancora una conferma definitiva di efficacia.

Il Razionale Clinico: perché proprio l’Imagery Rescripting?

I pazienti affetti da Disturbo d’Ansia Generalizzato non soffrono solo di preoccupazioni verbali, ma sperimentano immagini mentali intrusive altamente avversive e catastrofiche, prevalentemente orientate al futuro (Stavropoulos et al., 2024). Secondo la teoria dell’evitamento cognitivo del worry, l’attività verbale della preoccupazione serve proprio a “neutralizzare” l’impatto emotivo di queste immagini intollerabili (Borkovec et al., 2004).

Tuttavia, le neuroscienze cognitive dimostrano che le immagini future sono generate a partire dalle tracce di memoria del passato (Schacter et al., 2012). Se un paziente proietta nel futuro uno scenario catastrofico, spesso sta riattualizzando un significato di minaccia appreso durante esperienze infantili avversive o traumi relazionali (Reimer & Moscovitch, 2015).

L’Imagery Rescripting non mira semplicemente a far abituare il paziente all’ansia dell’immagine catastrofica, ma modifica il significato profondo della rappresentazione stessa, soddisfando in immaginazione i bisogni emotivi primari rimasti insoddisfatti nell’infanzia (Young et al., 2006).

La Struttura del Protocollo

Il protocollo testato da Stavropoulos e colleghi (2026) prevede un ciclo di 10 sedute settimanali e si sviluppa seguendo l’approccio a fasi tipico della Schema Therapy (Arntz & Jacob, 2017; van der Wijngaart, 2021):

  • Fase 1 (Sedute 1-6): Intervento del Terapeuta. Di fronte al ricordo d’infanzia attivato, è il clinico che entra attivamente nell’immagine per proteggere il bambino, allontanare le figure abusanti o svalutanti e fornire un’esperienza emotiva correttiva. Questo è cruciale nel Disturbo d’Ansia Generalizzato, dove l’Adulto Sano del paziente è inizialmente troppo fragile o sopraffatto.

  • Fase 2 (Sedute 7-10): Intervento del Sé Adulto. Il focus si sposta sull’autonomia. È il paziente stesso, attraverso la sua parte di Adulto Sano, a entrare nell’immagine per accudire e proteggere il proprio Bambino Vulnerabile.

Un doppio Ponte Emotivo

La particolarità metodologica di questo protocollo per il Disturbo d’Ansia Generalizzato risiede nell’architettura della seduta, costruita attraverso due passaggi distinti, entrambi basati sulla tecnica del ponte emotivo (Watkins, 1971; Arntz & Jacob, 2017) applicata due volte all’interno della stessa seduta:

  1. Il Primo Ponte Affettivo (Futuro ➔ Passato): Si parte dall’attivazione vivida di uno scenario futuro temuto dal paziente (es. il partner che muore, il fallimento lavorativo). Focalizzandosi sull’emozione e sulla sensazione somatica generata (es. nodo alla gola), si guida il paziente a ritroso nel tempo alla ricerca di un ricordo d’infanzia con la stessa impronta affettiva.

  2. Il Rescripting del Ricordo: Si opera la riscrittura immaginativa della memoria infantile fino a che il bambino non sperimenta sicurezza e validazione.

  3. Il Secondo Ponte Emotivo (Passato ➔ Futuro): Una volta ottenuto lo shift emotivo nel passato, si chiede al paziente di fare un ponte inverso, tornando a focalizzarsi sulla preoccupazione futura iniziale ma mantenendo attive le emozioni di sicurezza e competenza appena vissute. Questo permette una ristrutturazione cognitiva spontanea e la nascita di nuove prospettive o comportamenti protettivi nello scenario futuro.

L’efficacia della seduta viene poi consolidata tramite la creazione di una flashcard audio registrata sullo smartphone, che il paziente riascolterà nei momenti di worry acuto durante la settimana (Arntz & Jacob, 2017).

Esempio clinico

Per comprendere l’applicazione di questo doppio ponte affettivo, lo studio riporta il caso di una donna di 27 anni con Disturbo d’Ansia Generalizzato e una storia di depressione maggiore ricorrente.

  • L’immagine di preoccupazione futura: La paziente sperimenta forte ansia all’idea di dover presentare un progetto di lavoro. Guidata in imagery, evoca lo scenario futuro della riunione, descrivendo un forte senso di ansia legato al giudizio del team sulla sua competenza e un’intensa tensione fisica a spalle, petto, schiena e stomaco.

  • Il collegamento con il passato: Utilizzando la tensione corporea come Affect Bridge, la paziente rievoca un ricordo di quando aveva 10 anni. Si rivede in una stanza d’albergo durante una vacanza, mentre ascolta impotente i genitori litigare nella stanza accanto. Il nucleo affettivo della bambina è dominato da pensieri iper-responsabili come: “Voglio che smettano”, “Capisco entrambi” e “Vorrei non preoccuparmi così tanto di queste cose”.

  • Il Rescripting e il ponte inverso: Il terapeuta interviene nel ricordo d’infanzia spiegando alla bambina che è giusto preoccuparsi, ma riattribuendo ai genitori la responsabilità della situazione, e le comunica che resterà al suo fianco per aiutarla anche in futuro. Una volta raggiunto uno stato di calma e sicurezza nel passato, la paziente viene guidata verso un ponte emotivo al contrario tornando all’immagine futura della riunione di lavoro.

Il risultato in seduta: Portando con sé le nuove risorse emotive, la paziente rielabora spontaneamente lo scenario futuro. Sperimenta una nuova fiducia in se stessa e integra la consapevolezza di non poter avere il controllo diretto su ogni esito, accettando che eventuali impatti negativi sugli altri non sono una sua colpa o responsabilità.

I Risultati Clinici ed Evidenze di Efficacia

I dati emersi da questo primo studio pilota sono incoraggianti, pur con i limiti di un campione piccolo e senza gruppo di controllo. Attraverso modelli lineari misti, i ricercatori hanno evidenziato ampi effect size nel decremento dei sintomi dal pre- al post-trattamento:

  • Riduzione della preoccupazione di tratto

  • Riduzione della gravità dell’ansia generalizzata

  • Riduzione della sintomatologia depressiva (un beneficio secondario e non scontato, dato che la depressione non era affatto un bersaglio diretto del protocollo)

Il 59% dei partecipanti ha mostrato un cambiamento clinicamente e statisticamente significativo sulla preoccupazione di tratto, e il 53% sull’ansia generalizzata, dopo le 10 sedute. Nessun partecipante ha mostrato un peggioramento. Questi risultati si sono mantenuti stabili al follow-up a 3 mesi.

Un dato qualitativo interessante riguarda l’accettabilità: sebbene i terapeuti debbano esplicitare nel consenso informato che il lavoro in imagery può risultare emotivamente faticoso e doloroso a breve termine, molti pazienti lo hanno descritto come un elemento necessario, un “passaggio curativo” cruciale per l’elaborazione profonda (Schaich et al., 2020).

Schemi Maladattivi Precoci nel Disturbo d’Ansia Generalizzato

Il Disturbo d’Ansia Generalizzato non è semplicemente una condizione legata a paure transitorie, ma è profondamente radicato in tratti stabili e schemi maladattivi precoci (Campbell et al., 2003). Nello studio il 72% dei partecipanti ha mostrato almeno un dominio di schema clinicamente elevato.

I tre schemi più diffusi riscontrati nei pazienti sono stati:

  1. Autosacrificio (presente in 8 partecipanti su 18).

  2. Ricerca di approvazione (presente in 6 partecipanti).

  3. Vulnerabilità al danno o alle malattie (presente in 6 partecipanti).

A ruota seguono gli schemi di Punizione, Standard severi e Esclusione sociale.

Dal punto di vista eziologico, la gravità del Disturbo d’Ansia Generalizzato si conferma fortemente legata a esperienze infantili avverse e difficoltà di attaccamento (traumi emotivi, rifiuto, trascuratezza o forme di invischiamento materno) che agiscono come predittori dell’ansia in età adulta (Cassidy et al., 2009; Fernandes & Osório, 2015). L’Imagery Rescripting si dimostra efficace proprio perché interviene su queste rappresentazioni, modificando il significato profondo della minaccia (Arntz, 2012; Young et al., 2006).

Riflessione Clinica

Nel lavoro con i pazienti affetti da Disturbo d’Ansia Generalizzatalo la stanchezza rischia di farsi sentire. C’è un momento in cui il rimuginio diventa un loop infinito di “e se…” che sembra inattaccabile, una strategia costruita per non guardare dentro (Borkovec et al., 2004). Spesso come terapeuti ci affatichiamo a decostruire quelle parole, a cercare una logica, a rassicurare.

Questo studio ci lascia un promemoria importante: come suggerisce la letteratura sul rapporto tra immagini future e memorie passate (Reimer & Moscovitch, 2015; Schacter et al., 2012), l’ansia per il futuro raramente è davvero una questione di futuro. Le immagini catastrofiche che i pazienti proiettano sul domani sono spesso vecchi fantasmi che cercano di proteggerli da ferite mai del tutto rimarginate.

Quando un paziente si siede di fronte a noi, terrorizzato dall’idea di presentare un progetto di lavoro, la tentazione sarebbe quella di lavorare sulla sua autostima professionale o sulla gestione dell’ansia da prestazione. Ma quando gli facciamo chiudere gli occhi e attiviamo un ponte emotivo, a volte scopriamo che sotto l’adulto di oggi c’è ancora un bambino, rannicchiato in una stanza che ascolta i genitori litigare e pensa di doverli proteggere. Il worry di oggi, quel bisogno di controllo così esasperato, può essere il tentativo di quel bambino di evitare che tutto vada in pezzi, assumendosi un carico troppo grande per le sue spalle.

Entrare in quel ricordo come terapeuti significa compiere una riparazione emotiva, significa dire a quel bambino: “Ora ci sono io. Non è colpa tua. Non devi salvare nessuno”.

Non è un percorso facile. I dati qualitativi della ricerca ci dicono che alcuni pazienti hanno definito il lavoro in imagery emotivamente impegnativo e a tratti doloroso, raccontando di averne sentito il peso anche nei giorni successivi alla seduta. Eppure molti hanno aggiunto che ne è valsa la pena, descrivendolo come un passaggio difficile ma utile per il proprio percorso (Stavropoulos et al., 2026).

Quando il paziente torna al presente portando con sé il respiro più calmo di un bambino finalmente protetto, anche l’immagine del futuro può cambiare. Non c’è più lo stesso bisogno di controllare tutto, perché si scopre, forse per la prima volta, che si può essere vulnerabili e, allo stesso tempo, sufficientemente al sicuro.

Questo studio ci ricorda che parte del nostro lavoro più prezioso non è solo insegnare ai pazienti a gestire l’ansia, ma accompagnarli a scendere in quel passato per riscrivere la storia, un’immagine alla volta.

Riferimenti bibliografici

  • Arntz, A., & Jacob, G. (2017). Schema therapy in practice: An introductory guide to the schema mode approach. John Wiley & Sons.

  • Arntz, A., & Weertman, A. (1999). Treatment of childhood memories: Theory and practice. Behaviour Research and Therapy, 37(8), 715-740.

  • Borkovec, T. D., Alcaine, O. M., & Behar, E. (2004). Avoidance theory of worry and generalized anxiety disorder. In Generalized anxiety disorder: Advances in research and practice (pp. 77-108). Guilford Press.

  • Craske, M. G., Treanor, M., Conway, C. C., Zbozinek, T., & Vervliet, B. (2014). Maximizing exposure therapy: An inhibitory learning approach. Behaviour Research and Therapy, 58, 10-23.

  • Jacobson, N. S., & Truax, P. (1991). Clinical significance: A statistical approach to defining meaningful change in psychotherapy research. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 59(1), 12-19.

  • Reimer, S. G., & Moscovitch, D. A. (2015). The impact of imagery rescripting on memory appraisals and core beliefs in social anxiety disorder. Behaviour Research and Therapy, 75, 48-59.

  • Schacter, D. L., Addis, D. R., Hassabis, D., Martin, V. C., Spreng, R. N., & Szpunar, K. K. (2012). The future of memory: Remembering, imagining, and the brain. Neuron, 76(4), 677-694.

  • Springer, K. S., Levy, H. C., & Tolin, D. F. (2018). Remission in CBT for adult anxiety disorders: A meta-analysis. Clinical Psychology Review, 61, 1-8.

  • Stavropoulos, L., Phipps, A. B., Sabel, I., Cooper, D. D. J., Briggs, N., Newby, J. M., & Grisham, J. R. (2026). Imagery rescripting for generalized anxiety disorder: A case series. British Journal of Clinical Psychology, 00, 1-39.

  • Watkins, J. G. (1971). The affect bridge: A hypnoanalytic technique. The International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 19(1), 21-27.

  • Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2006). Schema therapy: A practitioner’s guide. Guilford Press.