Partiamo da un dato che, se lavori con l’età evolutiva, probabilmente hai già osservato in studio: i giovani cambiano più in fretta degli adulti. Quello che in un paziente adulto richiede mesi di lavoro sullo schema, in un quindicenne a volte si muove nel giro di poche sedute. Non è solo un’impressione clinica ma è quello che emerge anche dalla letteratura, e una revisione sistematica appena pubblicata su Clinical Child and Family Psychology Review (Uysal et al., 2026) lo documenta in modo abbastanza chiaro. Lo studio ha esaminato 21 studi su interventi ST nella fascia 5-18 anni, divisi per formato: individuale, di gruppo, orientato ai genitori. È la sintesi più ampia disponibile sull’argomento e vale la pena leggerla non per confermare quello che già sappiamo, ma per le riflessioni che stimola.
Perché i giovani rispondono così in fretta
Il razionale teorico di fondo è noto: gli schemi maladattativi precoci in bambini e adolescenti sono ancora in fase di consolidamento. Non si sono stratificati in decenni di rinforzo comportamentale, interpersonale, neurobiologico. Sono più fluidi, più accessibili, più permeabili all’esperienza correttiva offerta dalla relazione terapeutica (Graaf & Loose, 2013; Young et al., 2006).
Ma quanto fluidi? Il dato più sorprendente di questa revisione riguarda proprio questo. Schmied et al. (2024) lavorano su adolescenti con comportamenti autolesivi non suicidari usando l’imagery rescripting in formato ultra breve: due sessioni da 90 minuti. I risultati a tre mesi mostrano miglioramenti significativi nella regolazione emotiva, nella depressione, nell’ansia e nella frequenza dei comportamenti autolesivi, con dimensioni dell’effetto grandi (η²=0.75–0.93 per i comportamenti autolesivi; η²=1.1–2.8 per gli altri outcome). Campione piccolo, nessun gruppo di controllo: tutti i limiti del caso ma il segnale è lì.
Viene naturale chiedersi cosa stia succedendo. Non si tratta della potenza intrinseca di un protocollo, ma probabilmente di qualcosa di più fondamentale: in adolescenza, il sistema di attaccamento è ancora attivo in modo molto diretto. La relazione terapeutica può offrire un’esperienza correttiva profonda in tempi che nell’adulto sarebbero impensabili, proprio perché il tessuto relazionale interno non si è ancora impermeabilizzato del tutto. L’imagery rescripting non fa niente di diverso da quello che fa con gli adulti ma trova un substrato più ricettivo.
Il dato apparentemente scomodo
C’è un risultato che merita particolare attenzione clinica e che rischia di passare in secondo piano nelle sintesi rapide. Rijo et al. (2020) lavorano su adolescenti con tratti di personalità e caratteristiche antisociali: 123 ragazzi, 25 sessioni bimensettime, uno dei lavori più strutturati inclusi nella revisione. Risultato: nessun cambiamento significativo nei punteggi totali degli schemi misurati con strumenti cognitivi, ma miglioramenti consistenti nelle esperienze emotive legate agli schemi.
Se lo leggi in fretta sembra un fallimento parziale. In realtà è uno dei dati più utili dell’intera revisione perché conferma qualcosa che nel lavoro clinico si intuisce spesso: la ristrutturazione emotiva precede quella cognitiva. Il paziente smette di sentirsi indifeso prima di smettere di credere di esserlo.
L’esperienza cambia prima della credenza.
Questo ha implicazioni sia per come valutiamo il progresso in terapia, sia per come scegliamo gli strumenti di misurazione. Usare solo questionari sugli schemi cognitivi per valutare l’efficacia di un percorso ST con adolescenti potrebbe sistematicamente sottostimare quello che sta succedendo. Le misure dei processi emotivi sembrano catturare il cambiamento in modo più tempestivo (Uysal et al., 2026).
Il genitore come via d’accesso agli schemi del figlio
La sezione sugli interventi orientati ai genitori è quella con le implicazioni sistemiche più interessanti. Otto studi, 502 genitori e caregiver coinvolti. In quattro studi su otto si osservano miglioramenti negli outcome emotivi e comportamentali dei figli. Fin qui, niente di sorprendente.
Il punto rilevante è un altro: in alcuni studi i miglioramenti nei bambini si ottengono senza che il bambino sia il target diretto dell’intervento. Si lavora sugli schemi del genitore e qualcosa cambia nel figlio.
Il modello lo prevede, naturalmente. Gli schemi del bambino si co-costruiscono nel campo relazionale con i caregiver primari e continuano a rinforzarsi o a modificarsi all’interno di quel campo. Un genitore che lavora su uno schema di Pretese/Grandiosità impara gradualmente a non leggere ogni limite del figlio come un fallimento personale. Uno schema di Dipendenza che si ammorbidisce nel genitore crea spazio per l’autonomia del figlio. Quando quella dinamica relazionale cambia, cambia anche l’input che il figlio riceve ogni giorno, ogni conflitto, ogni momento di cura.
Il programma Good Enough Parenting (GEP) e il Positive Parenting Program Training (PPPT) sono i due formati con più evidenze in questa direzione (Louis et al., 2021; Jamshidi et al., 2023). Laious et al. (2024), in uno studio su 90 famiglie con un programma combinato bambini-genitori, mostrano riduzioni sia negli schemi dei bambini che in quelli dei genitori, con effetti positivi su sintomi emotivi, difficoltà relazionali tra pari e comportamenti prosociali.
Il messaggio clinico è diretto:
se lavori con un bambino piccolo o con un preadolescente e non includi i genitori nel progetto terapeutico, anche solo in formato schema coaching o psicoeducativo, è probabilmente un’occasione mancata.
Le presentazioni cliniche coperte
Uno degli aspetti più utili della revisione riguarda la varietà dei quadri clinici trattati. Gli studi inclusi non si limitano a depressione e ansia. Troviamo: dipendenza da internet (Kheiripour et al., 2023), disturbi alimentari in adolescenti con sovrappeso (Rasouli Saravi et al., 2020), ansia sociale (Alboushoke et al., 2024), comportamenti autolesivi (Schmied et al., 2024), tratti di personalità e comportamenti antisociali (Rijo et al., 2020; Van Wijk-Herbrink et al., 2017), ADHD in un’ottica di prevenzione delle ricadute (Solan et al., 2021), stress da prestazione scolastica (Koçak & Çelik, 2023).
Questa varietà non è casuale. La psicopatologia in età evolutiva è strutturalmente transdiagnostica: i bambini e gli adolescenti raramente si presentano con quadri puri, e le diagnosi cambiano nel tempo con una frequenza molto maggiore rispetto all’adulto. Un approccio che lavora sui meccanismi sottostanti (bisogni emotivi, schemi, mode) si adatta a questa complessità senza richiedere un protocollo diverso per ogni comorbilità (Uysal et al., 2026).
Quello che manca ancora
La revisione è onesta nel dichiarare i propri limiti ed è bene considerarli. Nessuno degli studi inclusi è un RCT. L’unico RCT identificato (Bang & Lee, 2024) è stato escluso perché il campione includeva giovani adulti senza dati separati per la fascia under 18. Questo non significa che la ST non funzioni con bambini e adolescenti, ma significa che la base di evidenze è ancora a un livello che la ricerca chiamerebbe “emergente.”
La qualità metodologica complessiva degli studi è moderata. Solo il 17,4% ha usato misure schema-specifiche validate per l’età evolutiva, il che rende difficile valutare se i miglioramenti osservati riguardino i costrutti centrali della ST o effetti aspecifici del trattamento. La distribuzione geografica è sbilanciata verso contesti mediorientali e asiatici, con implicazioni legittime per la generalizzabilità cross-culturale.
Per la pratica clinica
Gli interventi brevi funzionano, e funzionano prima del previsto. L’imagery rescripting in poche sedute produce risultati rapidi e mantenuti negli adolescenti. Non perché la ST sia diventata una terapia breve ma perché in questa fascia d’età la malleabilità degli schemi cambia radicalmente i tempi di risposta.
Il cambiamento emotivo precede quello cognitivo. Se usi misure cognitive degli schemi come unico indicatore di progresso con un adolescente probabilmente stai perdendo buona parte di quello che sta succedendo nel processo terapeutico.
Il lavoro con i genitori non è un optional. Per i bambini e i preadolescenti in particolare, modificare il campo relazionale familiare attraverso lo schema coaching ai genitori è spesso la via più efficiente per produrre cambiamenti duraturi e a volte sufficiente anche senza un intervento diretto sul figlio.
Il campo ha ancora bisogno di RCT con campioni più grandi, protocolli standardizzati e misure schema-specifiche. Ma quello che c’è già indica con sufficiente chiarezza che lavorare presto sugli schemi ha senso, produce risultati, e probabilmente cambia traiettorie.
Riferimenti bibliografici
Graaf, P., & Loose, C. (2013). Child-related techniques and procedures. In C. Loose, P. Graaf, & G. Zarbock (Eds.), Schema therapy for children and adolescents. Beltz.
Jamshidi, B., Narimani, M., & Poladi Rishehri, A. (2023). The effectiveness of good enough parenting training with schema therapy approach and positive parenting training on parental locus of control and meta-parenting in mothers of children with conduct disorder. Journal of Research in Psychopathology, 6(3), 20–28.
Joshua, P. R., Lewis, V., Kelty, S. F., & Boer, D. P. (2025). Applications of schema therapy in young people: A systematic review. Cognitive Behaviour Therapy, 1–23.
Kheiripour, F., et al. (2023). Development of an educational model of emotional regulation based on emotional schema therapy and its effectiveness in internet addiction. Razavi International Journal of Medicine, 11(3), 35–45.
Koçak, L., & Çelik, E. (2023). Investigation of the effect of group counselling based on schema therapy on academic expectation stress in high school students. Counselling & Psychotherapy Research, 23(1), 42–48.
Laious, R., et al. (2024). Evaluation of a schema therapy-based prevention group program for children and their parents. Journal of Evidence-Based Psychotherapies, 24(2), 23–52.
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Roelofs, J., et al. (2016). Group-schematherapy for adolescents: Results from a naturalistic multiple case study. Journal of Child and Family Studies, 25, 2246–2257.
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Solan, M., et al. (2021). Impact of a new parent behavioral-schema training on children with ADHD. Journal of Attention Disorders, 25(14), 2048–2059.
Uysal, M., Gurel Ficicioglu, I. E., Mutlu, M., & Mutluer, T. (2026). Schema therapy for children and adolescents: A systematic review of individual, group, and parent-based interventions. Clinical Child and Family Psychology Review. https://doi.org/10.1007/s10567-026-00568-4
Van Wijk-Herbrink, M. F., et al. (2017). Schema therapy in adolescents with disruptive behavior disorders. International Journal of Forensic Mental Health, 16(3), 261–279.
Young, J. E., Klosko, J. S., & Weishaar, M. E. (2006). Schema therapy: A practitioner’s guide. Guilford Press.



